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PIAZZA
VIRTUALE PIANORESE
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GEOMETRA CON
16 ANNI DI ESPERIENZA VALUTA PROPOSTE DI
LAVORO.
in possesso di abilitazioni di
legge in materia di sicurezza D.lgs494/96
626/64
Buona conoscenza applicativi
office e Autocad.
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cambiare lavoro Sei
deciso? Ecco cosa fare
Quante volte ti sarà capitato di dire:
"Basta, non sopporto più il mio lavoro:
vado alla ricerca di altro.".
Le cause di un atteggiamento di questo genere
sono molteplici: il rapporto con il capo e i
colleghi non sempre idillico, il tanto sospirato
aumento che non arriva e i riconoscimenti
professionali che spesso sono un autentico
miraggio. Tutte situazioni che potrebbero
spingere i lavoratori (almeno nei pensieri) a
mollare tutto e andare alla ricerca di un altro
impiego più soddisfacente. Strada questa sempre
più percorsa visto che ormai è tramontato il
mito del posto fisso. E allora non rimane altro
che farsi avanti inviando il curriculum
direttamente alle aziende oppure inserendolo
nelle innumerevoli banche dati presenti su
Internet. Questo è il primo passo. Quindi è
fondamentale prima saper scrivere il curriculum
e poi sostenere un colloquio vincente. Ma prima
di prendere una decisione così importante è
bene seguire alcuni consigli per evitare brutte
sorprese.
I) Fate una buona "prima
impressione"
"You never have a second chance
to make a first impression", dicono gli
americani, ed è drammaticamente vero. La prima
impressione che avrete creato nel vostro
interlocutore resterà sempre addosso: che si
tratti di vostra moglie o marito, o del vostro
capo, sicuramente chi vi sta vicino ricorderà
le sensazioni che gli avrete suscitato nei
primissimi momenti della vostra conoscenza, (e
sarà sempre pronto a rinfacciarvi "L'avevo
intuito subito, che eri un gran...").
Un colloquio ha infatti, abitualmente,
quattro fasi: il "warm up", o
riscaldamento, l'esame del candidato, il
"controesame" da parte del candidato,
e la chiusura. Per fare un buon "warm
up" dobbiamo farci vedere da subito
tranquilli, curiosi e affidabili, ma dobbiamo
anche cercare di stabilire una buona intesa
personale con il selezionatore. Senza fare i
ruffiani, un sorriso sincero, una battuta, una
osservazione che sdrammatizza il colloquio sono
sempre gradite: se il candidato è teso, anche
il selezionatore non si rilassa, non si
"gode" il colloquio. Bastano poche
chiacchiere per dimostrare che siamo persone
aperte e disponibili, e il vostro interlocutore
ve ne renderà merito.
II) Preparatevi sui vostri punti deboli
La seconda parte del colloquio è, non
nascondiamolo, un esame vero e proprio. Le
vostre competenze e la vostra personalità
saranno scandagliate a fondo, in cerca di
eventuali carenze. Poiché nessuno di noi è
perfetto, qualcosa di spiacevole affiorerà, che
noi ce ne accorgiamo o meno: il problema è come
far si che il selezionatore non giudichi la
nostra persona nel suo complesso alla luce dei
punti deboli, ma arrivi a considerarli dei
"nei" di secondaria importanza. Come
fare?
La risposta è, apparentemente, semplice:
giocando d'anticipo, riconoscendo le nostri
eventuali lacune, inquadrandole nella loro vera
luce, e dimostrando come siamo riusciti a
compensarle. Guai a negare l'esistenza di punti
deboli ("Io le sembro un pò aggressivo? Ma
lei si è bevuto il cervello !") , e guai
anche a cercare di rigirare la frittata
("Voti bassi all'università? Ma io mica
studiavo per il voto !"). Sono magari molto
pignolo, analitico, dubbioso nella fase di
studio dei problemi, ma una volta fattami
un'opinione e presa una decisione, mi piace
andare fino in fondo. So che rischio di perdere
delle sfumature, ma questo mi ha consentito,
finora, di raggiungere tutti i traguardi che mi
sono prefisso. Certo, ora sto per entrare in un
mondo che non conosco, e dovrò imparare tutto:
la mia spavalderia dovrò metterla nel cassetto
per un bel pò. Il fatto è, lo confesso, che i
miei primi anni di università sono stati
dedicati più al divertimento che allo studio.
"No, non so il tedesco. Tre parole al
massimo. So di non avere problemi a imparare le
lingue, altrimenti io stessa non mi sbilancerei.
Se sono riuscita ad amare il greco, al liceo,
non sarà una lingua moderna a spaventarmi.
"Timido? Io, timido? Beh, di natura, è
vero, sono un pò timido. Da piccolo lo ero
parecchio, ma poi, per amore o per forza, sono
cambiato. Inoltre, come avrà letto, a tempo
perso mi sono occupato di volontariato,
organizzando servizi, chiedendo finanziamenti,
operando direttamente per il recupero dei
tossicodipendenti. Non è un mondo in cui i
timidi possano sopravvivere, glielo assicuro.
Posso definirmi un ex-timido, che ha imparato a
non tirarsi mai indietro quando bisogna farsi
riconoscere ed anche rispettare. Insomma, per
non farsi etichettare in base ai propri
apparenti punti deboli, occorre:
a) prevedere che ci venga richiesto di
parlarne
b) ammetterne serenamente la plausibilità
c) inquadrarli in un’ottica più vasta
d) dimostrare come, essendone consapevoli,
abbiamo già noi stessi individuato gli antidoti
ai potenziali rischi che questi handicap
rappresentano.
Contenuti tratti dalla guida
"Dall'Università all'Azienda" XII
edizione a cura di GianBattista Rosa edita da
ACTLGUIDE.
III) Informatevi sull'azienda
Quando la nostra Margherita Pizza si sarà
fatta un'idea abbastanza precisa di ciò che
siete, e di quali siano le vostre motivazioni,
tirerà un bel sospiro stiracchiandosi sulla
sedia e socchiudendo gli occhi. È il segnale
che la fase "2" del colloquio, quella
dell'esame, è finita, e la palla passerà a
voi, con la rituale domanda "Bene. Ora, ha
lei qualche domanda da fare?"
Il modo più sicuro di rovinare un colloquio è
dire, con uno stolido sorriso, "Ehm, no...
non mi viene in mente niente". Il
selezionatore, mentalmente, vi spedirà
immediatamente all'inferno, girone degli ignavi,
o nel limbo dei senza personalità. Vedremo più
oltre alcune domande che potrete rivolgere,
tanto per avere informazioni utili quanto per
contribuire a costruire un'immagine positiva di
voi; fin d'ora sappiate che, quanto più
disinformati sarete sull'azienda e sul business,
tanto più anonima e scipita sarà la
discussione, che vi relegherà nella veste
passiva dell'ascoltatore o vi esporrà a brutte
figure (per ogni uomo d'azienda, la sua azienda
è l'ombelico del mondo, e si stupirà alquanto
per la vostra ignoranza). Ricordate sempre che
uno dei vostri obiettivi, nel colloquio, è di
abbattere la distanza tra voi e il
selezionatore, e di scrollarvi di dosso
l'immagine di studente inesperto del mondo.
Migliore figura farete, ad esempio, se direte:
"le riassumo le informazioni che posseggo
sulla vostra azienda, e l'immagine che,
superficialmente, me ne sono fatto: me le può
per favore correggere e integrare?" E a
questo punto dovete partire, senza farla troppo
lunga, dal mercato e dal contesto competitivo di
riferimento (concorrenti, regole del gioco,
posizionamento), citare ciò che sapete delle
dimensioni, struttura e prodotti dell'azienda,
accennare ai cambiamenti che nel business stanno
avvenendo, e (solo se avete qualche spunto
significativo) accennare a come "vedete voi
le cose" per l'azienda in questione. Su
questa base, il dialogo proseguirà "alla
pari", e il selezionatore avrà
l'impressione di confrontarsi con una persona
che sa quello che vuole, sa programmarsi, sa
informarsi prima di parlare, e infine sembra già
un pò "di casa" in azienda.
Informarsi sulla vita delle grandi aziende non
è difficile, mentre per quelle medie dovrete
rivolgervi alla stampa specializzata o alle
associazioni di categoria (o, meglio, fare un
"tam tam" per conoscere qualcuno che
ci lavora). Sarà forse un po' complicato, ma ne
vale sicuramente la pena: in particolare per le
aziende meno note, incontrare una persona
informata sulla loro situazione fa sempre colpo.
IV) Tranquilli e sorridenti
Non preoccupatevi se siete un po’ nervosi
prima del colloquio: un buon selezionatore saprà
mettervi a vostro agio e instaurare un clima
disteso. É importante che voi contribuiate: un
sorriso e un atteggiamento sereno dimostrano che
sapete reggere bene lo stress; e inoltre, chi
assumerebbe un musone come collega? Attenzione
però che la tensione è anche un indispensabile
meccanismo di difesa, che consente di mobilitare
e sfruttare al massimo tutte le proprie risorse.
Chi si lascia andare, e passa a un atteggiamento
troppo rilassato, dimostra scarsa “tenuta” e
spesso finisce per commettere errori. Essere
disponibili e sereni non significa perdere il
controllo costante della situazione.
V) Né ingenui, né atteggiati, né
eccessivi
Essere sinceri e dare fiducia
all'interlocutore non significa dimostrarsi
ingenui: non state conversando né confidandovi,
ma state parlando con un obiettivo preciso e con
una persona che vi giudicherà anche per il modo
in cui perseguite questo obiettivo. Quindi,
senza distorcere i fatti, avete una buona
occasione, parlando di voi stessi, di dimostrare
come sapete cogliere e dominare la complessità
del reale, e come sapete analizzare e
interpretare i fatti con realismo e senso
dell'opportunità. Chi sa vendere bene se stesso
saprà vendere bene anche l'azienda in cui
lavora. Soprattutto, però, evitate di
atteggiarvi a ciò che non siete: chi posa da
grande manager a 24 anni, chi vuole comunque
recitare un ruolo più grande di sé, chi, in
generale, con atteggiamenti supponenti o
seduttivi mira a far colpo sul selezionatore,
andrà incontro a una garbata presa in giro da
parte di quest'ultimo e spesso non se ne
accorgerà neppure. È inoltre buona norma
evitare di dare giudizi o fare affermazioni
estremistiche, drastiche o troppo originali.
Forse non è bello, ma le aziende amano più i
toni sfumati che quelli troppo vividi, e
apprezzano l'equilibrio più che la provocazione
fosse anche geniale. Tenete sotto controllo,
quindi, i superlativi, i punti esclamativi ed i
pugni sul tavolo.
VI) Pensate positivo, creativo e concreto
Ma quali sono le caratteristiche più
importanti che le aziende cercano nei futuri
collaboratori? Che immagine di sé bisogna
cercare di dare? Ovviamente ogni posizione da
coprire, ogni azienda e ogni selezionatore
avranno le loro preferenze soggettive, ma c'è
un requisito che è assolutamente universale:
sul lavoro ci vuole gente che parli poco, e tiri
la carretta.
Tutti i capi, nessuno escluso, vogliono
innanzitutto al loro fianco persone concrete,
propositive e attive, che pensino a come
risolvere i problemi, e non a commentarli o a
complicarli. Meglio una persona semplice ma
affidabile, che un intellettuale pigro. Per cui,
nel colloquio bisogna assolutamente evitare di
sembrare lamentosi, teorici, passivi.
Mai dare la colpa dei propri eventuali
insuccessi a qualcun altro; mai fare commenti
fatalisti o manifestarsi egoisti, cavillosi,
burocrati o scaricabarile: la generosità in
azienda forse non sempre viene premiata, ma
sempre viene richiesta. Meglio sembrare un po'
arruffoni, che di manica stretta: se volete
entrare in azienda, sulla vostra fronte deve
esserci scritto col sangue "io non mi tiro
indietro
VII) Parlate, per favore
Guai se il colloquio diventa un
interrogatorio, con un selezionatore
progressivamente sempre più nervoso che fa
domande, e un selezionato sempre più spaventato
che risponde a monosillabi. Anche nella fase di
"esame" il colloquio non ha un iter
prestabilito: raccolte alcune informazioni
indispensabili, al selezionatore interesserà
soprattutto farvi parlare per capire come
ragionate, come interagite, come polemizzate,
che opinione avete di voi stessi e di ciò che
vi circonda, quali aspirazioni avete e come
volete raggiungerle. Se non parlate, se
rispondete come a un interrogatorio, se non
prendete mai l'iniziativa del discorso, egli si
farà di voi un'opinione mediocre o, peggio,
nessuna opinione. Dunque, motivate e sviluppate
le vostre risposte e chiarite voi stessi ciò
che può apparire ambiguo, prima che vi sia
richiesto. Parlare bene vuol dire anche non
parlare troppo: la sintesi è una delle virtù
più apprezzate in azienda, perché trasmettere
il maggior numero di informazioni nel minor
tempo possibile vuol dire avere metodo, rigore
logico e capacità espressive.
VIII) Attenti al linguaggio
I rischi di incomprensione, nel colloquio,
possono derivare o da un atteggiamento
innaturale del candidato, che proietta
un'immagine falsata e quindi incomprensibile di
sé, o da una marcata distonia di linguaggi tra
selezionatore e candidato.
Il primo, a volte, dimentica di avere a che
fare con una persona che sa poco o nulla di
"aziendalese", mentre il secondo, a
volte, dà un'immagine di sé più immatura del
necessario perché rimane legato a modi di
esprimersi, a un gergo puramente accademico e
magari, in aggiunta, provinciale e ingenuo. Così,
parlare di "ditta" quando si ha a che
fare con una grossa azienda, o dilungarsi sugli
esami sostenuti o sui professori, allontanano
psicologicamente chi parla dal selezionatore che
ascolta. È importante andare ai colloqui avendo
ormai digerito un vocabolario aziendale
essenziale: non è necessario sapere con
precisione che cosa sia la customer satisfaction,
o la struttura a matrice, o gli stocks, il
rischio di cambio, l' engineering, le operations
o il trade marketing, o molte altre cose ancora,
ma dobbiamo essere in grado di capire più o
meno di che cosa si tratta, quanto meno per ciò
che attiene il nostro campo d'interesse: un
ingegnere può ignorare di che si occupi la
tesoreria, ma non che cosa sia l'handling, e
viceversa per un laureato in economia.
Altrimenti scivoleremo man mano in quel mutismo
così pericoloso di cui abbiamo accennato; se
siamo colti alla sprovvista da qualche termine a
noi ignoto, piuttosto che annuire con aria ebete
conviene chiedere, con un po' di faccia tosta
"ma, nella vostra specifica realtà, che
cosa intendete esattamente con ...?".
IX) Tenete presente chi avete di fronte
Il selezionatore è interessato quanto voi al
buon esito del colloquio: deve trovare qualcuno
da assumere, e se quel qualcuno foste voi
avrebbe terminato la sua fatica. Non è quindi
un asettico esaminatore ed è più un alleato
che un nemico. Nulla quindi lo irrita più che
un atteggiamento sospettoso o reticente da parte
vostra: se coglie paura, ambiguità o presunta
"furbizia" nel vostro atteggiamento
con lui, tenderà a pensare - e non a torto -
che queste siano le vostre caratteristiche in
ogni tipo di rapporto interpersonale. Se vi fa
domande "cattive", che mirano a
mettervi in difficoltà, state tranquilli perché
in linea di massima significa che il colloquio
sta andando bene: i colloqui più duri e
aggressivi il buon selezionatore li fa con
persone che interessano, mentre quelli rapidi e
cortesi servono a liquidare chi appare
palesemente inadeguato.
X) La comunicazione non verbale: i vestiti,
i gesti, la voce e lo sguardo
In un colloquio, non sono solo le parole che
contano: tutto il nostro corpo comunica, e non
solo quello. Il nostro interlocutore ci ascolta
anche con la vista e con il tatto (speriamo non
con l’odorato!). I nostri gesti, i nostri
sguardi, il tono della nostra voce confermano,
integrano o smentiscono le nostre affermazioni.
Il modo in cui siamo vestiti, in cui salutiamo,
in cui stiamo seduti può contribuire in maniera
determinante a formare il giudizio su di noi. La
nostra comunicazione non verbale è molto meno
controllabile di quella verbale, in quanto più
istintiva; vediamo però alcuni semplici
accorgimenti per non complicarci la vita: Come
vestirsi Negli USA esiste addirittura un libro
(“Dress for success”) che spiega qual’è
il modo migliore di vestirsi per ogni incontro:
quali calzini usare, quali cravatte etc.. Non
esageriamo: però è indubitabile che la nostra
immagine è data anche dal nostro abbigliamento.
In fondo, noi “scegliamo” di vestirci così.
Per i colloqui, l’importante è dare, anche
nel look, una sensazione di affidabilità e
serietà: la fantasia o originalità sono in
questo caso degli “optional” a rischio. Non
bisogna vestire casual, perché si darebbe
un’impressione di immaturità, ed è bene
evitare accessori, trucco o colori troppo
vistosi; non è opportuno però neanche
“invecchiarsi” troppo, indossando per
l’occasione improbabili vestiti da
cinquantenni rimediati chissà dove. Alle
ragazze è concessa ovviamente più libertà, ed
è generalmente apprezzata una certa eleganza,
mentre i maschi sono più vincolati al “giacca
e cravatta”, ed è bene che non abbiano
un’aria troppo “perfettina” (che rende
antipatici), salvo che il colloquio avvenga in
realtà che danno all’apparenza molta
importanza (società di consulenza, mondo della
comunicazione, banche d’affari, etc..). Oltre
a ciò che indossate, badate a come lo
indossate: niente vestiti troppo larghi e
cascanti, niente colletti di cravatta allentati,
niente forfora sul bavero, niente lenti degli
occhiali sporche: è un’appuntamento
importante, chi ci arriva trasandato sarà
giudicato (non a torto) superficiale,
disordinato o poco furbo.
La retribuzione
Le condizioni di inserimento per i
neolaureati sono molto standardizzate, sia dal
punto di vista giuridico che retributivo. Le
aziende sono strutturate per livelli
contrattuali: il contratto più diffuso (quello
metalmeccanico) prevede 7 livelli impiegatizi,
di cui il più elevato (il settimo) corrisponde,
in tutto o in parte, ai cosiddetti
"quadri". Quasi tutti i contratti
prevedono una strutturazione più o meno simile
(anche se nel commercio l'ordine delle categorie
è inverso). Il livello di ingresso per i
neolaureati è generalmente il quinto; dopo
circa un anno è previsto, se il giudizio dei
superiori è positivo, il passaggio al sesto,
dopodiché la carriera è tutta da costruire;
non sono pochi comunque i giovani che riescono a
diventare quadro nel giro di 4-5 anni. Il
livello retributivo di un neolaureato si colloca
in genere tra i 35 ed i 40 milioni lordi annui,
cioè circa un milione e ottocentomila lire
nette al mese (diamo una cifra indicativa,
che può variare significativamente a seconda
dei settori e delle situazioni); le condizioni
di inserimento non sono in genere negoziabili, a
meno che non si abbia già qualche significativa
esperienza di lavoro. Se si è svolto uno stage
nell'azienda prima di essere assunti, potrete
chiedere se il periodo di stage vi sarà
computato nell'azienda di servizio, quantomeno
ai fini gestionali (retribuzione iniziale,
scadenza periodo di prova, etc.), poiché per
quelli amministrativi (scatti di anzianità,
contributi pensionistici, etc.), ciò non è
possibile. Sarà comunque opportuno, dopo
l'assunzione, che vi facciate spiegare la
struttura della vostra busta paga, che in Italia
è abbastanza complessa e varia da contratto a
contratto. Di solito le mensilità sono comunque
14 (anche se voi dovete tenere a mente
soprattutto il vostro stipendio lordo annuo, e
non quello mensile, perché è su questa base
che vi confronterete con il mercato), e sono
composte da un minimo contrattuale, che varia
per i diversi tipi di inquadramento, da quella
che una volta era la "contingenza", e
che oggi è bloccata a livelli pressoché
identici per tutti, da un superminimo
individuale chiamato "merito", che
varia da persona a persona, e da alcune indennità
spesso di oscura origine e di importo che
variano da settore a settore. Vi può essere
infine un "elemento variabile", legato
ai risultati, di due tipi: aziendale, cioè
valido per tutti i dipendenti (difficilmente
supererà il 2-3%della retribuzione), o
individuale (incentivo); quest'ultimo è legato
a particolari figure professionali, soprattutto
di vendita, e può essere di rilevante entità
(10-15%della retribuzione).
I sistemi di gestione
Quali sono le regole del gioco, tra azienda e
dipendenti, una volta inseriti? Spesso,
innanzitutto, per il neoassunto viene
predisposto un "piano di inserimento"
che programma i primi mesi di lavoro e le fasi
di apprendimento e formazione.
Esistono poi delle metodologie per programmare
le carriere, valutare i dipendenti, definire i
loro obiettivi, assicurare una crescita di
responsabilità e retribuzione parallela alla
maturazione della professionalità. Queste
metodologie, abbastanza raffinate in teoria,
sono però applicate in modo più o meno
efficace ed equo nella pratica, a volte per
problemi organizzativi, a volte invece per
incapacità dei capi.
La gerarchia, infatti, anche se oggi molto meno
pesante nel lavoro quotidiano (in cui la
tendenza a delegare e responsabilizzare i
collaboratori è forte e crescente), rientra in
modo esplicito nella gestione del personale:
sono i vostri capi che vi valuteranno e, insieme
agli esperti del personale, studieranno tempi e
percorsi della vostra carriera. Di voi sarà
valutata, ogni anno, la qualità della
prestazione; verificate quindi che gli obiettivi
assegnativi siano chiari e coerenti. Infatti,
oggi, tutte le aziende valutano in base ai
risultati forniti, non ai comportamenti o alla
"buona volontà": una volta che i
vostri obiettivi sono assegnati e che voi li
avete condivisi, il vostro problema è
raggiungerli, non trovare delle ragioni, sia pur
valide, per eluderli. Sarà inoltre valutato il
vostro potenziale di crescita, secondo una serie
di fattori più legati alla vostra personalità
che alle vostre competenze, come le attitudini
logiche, le capacità di relazione, leadership e
mediazione, l'innovatività e l'orientamento al
rischio. I livelli retributivi seguiranno la
crescita di "peso" del vostro ruolo, con,
in genere, un incremento di merito all'anno per
i migliori, in riferimento soprattutto al
giudizio sulla vostra prestazione e alle
"quotazioni di mercato" per le varie
professioni. É la legge della domanda e
dell'offerta, ancor più della bravura, a
determinare le differenze retributive
all'interno dell'azienda, dopo i primi anni.
I diritti e doveri
Il rapporto di lavoro è regolato da una
normativa molto complessa, composta da leggi e
da contratti ed accordi sindacali; questi
ultimi, diversi tra settore e settore,
determinano variazioni anche sensibili nelle
condizioni di lavoro. C'è però una tendenza
alla riduzione delle aree "di
privilegio": ad esempio il settore
creditizio, che per anni ha goduto di livelli
retributivi e benefits senz'altro superiori alla
media, li ha visti fortemente ridimensionati
negli ultimi tempi; tutto l'ambito della
normativa del lavoro è sottoposto a tensioni e
cambiamenti, volti soprattutto a togliere alcuni
dei pesanti vincoli posti alla libertà
d'impresa dal così detto "Statuto dei
lavoratori" del 1973 e dalle leggi ed
accordi maturati in epoca di grande influenza
del sindacato.
Citiamo qui poche regole fondamentali,
sostanzialmente simili in tutti i contratti
privati (che si applicano peraltro anche in
diversi ambiti dell'industria pubblica).
orari di lavoro
In teoria l’orario di lavoro è
previsto, in media, attorno alle 38 ore
settimanali.
In pratica ciò vale per il “personale
d’ordine”, mentre per i quadri e per le
fasce impiegatizie che hanno responsabilità,
l’orario è dettato non dal contratto ma dalle
esigenze lavorative. È quindi normale lavorare,
per un giovane laureato, almeno un’ora al
giorno in più di una segretaria od un
fattorino, e non sono rare le aziende che
considerano normale fermarsi a lavorare fino
alle 19 o 19.30 tutti i giorni.
In genere, ai laureati non viene pagato lo
“straordinario” per questi orari extra,
considerando che saranno ripagati in termine di
carriera e che sarebbe quasi offensivo pagare
loro le “ore lavorate”, come ad un qualsiasi
manovale. Ciò anche perché si devono
raggiungere risultati, non eseguire operazioni
prescritte: perciò sta all’individuo riuscire
a raggiungere i suoi risultati in un tempo
ragionevole. Nell’ambito dell’orario di
lavoro, si ha diritto a dei “permessi”
(alcuni retribuiti, altri no), per svariate
ragioni (sostenere esami, nascita di figli,
morte di parenti, mandati
elettorali etc.) che variano da contratto a
contratto. In caso di malattia, infine, si è
regolarmente retribuiti, quantomeno se non
supera la metà dei giorni dell’anno, e siha
l’obbligo di fornire un regolare certificato,
e di essere reperibili in certe fasce orarie per
visite di controllo;
ferie
In genere esse crescono con l’anzianità di
servizio. All’inizio si hanno circa 20 giorni
lavorativi, che spesso diventano 30 a fine
carriera. Capita non di rado di non riuscire a
“goderseli” tutti (anche perché ad essi si
aggiungono le festività e le riduzioni di
orario, che vengono concentrate in singoli
giorni portando spesso a 35-40 i reali giorni di
“vacanza” all’anno): in questo caso è
frequente che essi siano rimborsati come se
fossero giornate di lavoro straordinario. La
legge prescrive peraltro che alle ferie non si
può rinunciare: capita quindi di trovare
giovani (e non solo) che “prendono ferie”
pur venendo ugualmente in ufficio;
benefits
È una parola magica, dietro la quale c’è
in verità molto poco, se non per i dirigenti.
Di fatto, l’unico importante benefit che molte
aziende forniscono è la mensa, magari poco
amata, ma assai “risparmiosa”: soprattutto
chi lavorerà in piccole aziende verifichi la
presenza della stessa (o dei buoni-pasto
sostitutivi). Altri benefits molto diffusi sono
le assicurazioni sugli infortuni
extraprofessionali (integrative a quelle
obbligatorie); alcune aziende hanno inoltre
qualche forma di assicurazione sanitaria per una
parte o tutti i dipendenti. Infine, qualche
azienda, soprattutto di matrice anglosassone o
in via di trasformazione in SPA, consente un
accesso privilegiato all’acquisto delle
proprie azioni.
Licenziamento e dimissioni
Di fatto, la legge italiana non consente il
licenziamento individuale, se non nelle aziende
di minime dimensioni o per comportamenti molto
gravi. "Rischiare il posto" è quindi
molto difficile, quantomeno se si è superato il
periodo di prova e se non si è assunti a
termine, attraverso il Contratto Formazione
Lavoro non convertito. Il periodo di prova deve
essere espressamente richiamato nella lettera di
assunzione, e la sua durata è generalmente, per
i neolaureati, di 2 mesi. In teoria, alla
scadenza del periodo di prova si può essere non
confermati senza alcuna giustificazione
oggettiva da parte dell'azienda; in pratica, però,
le mancate conferme sono molto rare, e quasi
sempre figlie di grossolani errori di selezione.
Se tuttavia l'azienda non conferma per ragioni
discriminatorie o gravemente scorrette, è
possibile richiamarla in giudizio alle sue
responsabilità.
Se una persona si trova "a rischio"
non per colpa sua (chiusura di reparti, tagli di
organico, etc.), l'azienda cerca di farsi
carico, a maggior ragione se è un laureato con
potenziale, di ricollocarlo in un'altra
posizione. Se invece la prestazione del
neoassunto non è ritenuta adeguata, dopo le
opportune verifiche e dopo avergli fornito altre
chanches di dimostrare il proprio valore,
l'interessato sarà pregato di trovarsi una
sistemazione altrove: se dopo alcuni mesi ciò
non sarà accaduto, l'azienda potrebbe o
spostarlo in una posizione meno qualificata, o
proporgli di dare comunque le dimissioni, magari
con un certo incentivo economico. È ovviamente
sempre perdente, nel medio termine, stare
arroccati su una posizione o in una azienda per
cui non si viene ritenuti all'altezza. È invece
sempre possibile nei contratti a tempo
indeterminato, col solo obbligo del preavviso di
tempo previsto dal contratto, dare
spontaneamente le dimissioni per cambiare
attività. Durante il Contratto di Formazione
Lavoro, per la verità, essendo un contratto a
termine, decorso il periodo di prova non si
potrebbero dare le dimissioni fino alla scadenza
del termine, se non per giusta causa: se si
vuole cambiare lavoro il consiglio è di
pattuire al momento delle dimissioni con
l'azienda un congruo preavviso (che in teoria
non sarebbe dovuto), in modo da evitare una
peraltro improbabilissima richiesta di
risarcimento dall'azienda, e di non lasciare
soprattutto un cattivo ricordo. Va infine detto
che sempre più spesso le aziende, e in
particolare quelle che forniscono un know-how
particolarmente esclusivo ai neoassunti,
inseriscono clausole di non-concorrenza nel
contratto di assunzione. Ciò significa che, se
si lascia l'azienda, per un certo numero di anni
non si potrà lavorare in aziende concorrenti o
operanti nello stesso settore. Consiglio di
leggere e valutare attentamente queste clausole,
che per essere valide devono prevedere uno
specifico corrispettivo, e di informarsi sulla
rigidità della loro applicazione: infatti è
corretto che le aziende si tutelino da un uso
"contro di loro" di qualche know-how
da loro stesse sviluppato e insegnato, ma non
che "blocchino" indiscriminatamente il
mercato del lavoro dei loro dipendenti.
Consiglio quindi di accettare solo clausole di
non concorrenza che siano, nella lettera o
almeno nella applicazione, limitate ai soli
concorrenti diretti e specifici della azienda in
questione.
trasferimenti
Se la vostra azienda ha più sedi, essa potrà
trasferirvi dove e quando vuole, purché vi
siano ovviamente delle concrete ragioni
“tecnico-organizzative”. I contratti
prevedono diversi, ma in genere modesti,
contributi aziendali in caso di trasferimento,
anche se va detto che di fatto le condizioni, se
non la decisione, del trasferimento vengono in
qualche modo concordate con i dipendenti, o
almeno con quelli che l’azienda non vuole
perdere. La scarsa disponibilità alla mobilità
geografica, in Italia e anche verso l’estero,
è di fatto una caratteristica dei nostri
giovani rispetto ai loro colleghi europei, ed è
una caratteristica fortemente penalizzante: oggi
ritengo sia impossibile fare carriere realmente
interessanti e rapide se non si è disposti a
fare spesso le valigie.
procedure di assunzione
Quando avrete superato tutti i colloqui e i
test, l’ultima fatica prima di iniziare a
lavorare è costituita dalle pratiche
burocratiche legate all’assunzione. Nulla di
tragico, per carità, almeno da qualche anno:
prima occorrevano assurdi “nulla osta” e
permessi da regime semi-totalitario (ancora oggi
necessari in alcuni casi, come ad esempio per
l’assunzione di certi stranieri): oggi occorre
“solo” andare all'ufficio di collocamento a
fare il libretto di lavoro, all’Università a
recuperare una copia del certificato di laurea,
in uno studio medico per fare una visita che
accerti il buon stato di salute, in Comune a
fare qualche stato di famiglia, a volte in
Questura per quello di buona condotta, e forse
qualche altro. Sarà comunque l’azienda a
darvi la lista di documenti da presentare: voi
ricordate di farvi dare una copia firmata della
lettera di assunzione con specificati il tipo di
contratto, la data di inizio, il livello di
inquadramento, la retribuzione e la sede di
lavoro.
I contratti di formazione
I CFL (Contratti Formazione Lavoro) sono
stati per molti anni, e sono tuttora, lo
strumento privilegiato dalle aziende per la
assunzione dei neolaureati. Per il futuro si
prevede che, in seguito ad una raccomandazione
della UE che non ritiene le agevolazioni
previste compatibili con la legislazione europea
(in effetti in Europa i “giovani” sono
considerati tali fino a 24 anni, in Italia fino
a 32!), il governo li abolirà, per dare
maggiore spazio all'utilizzo dello stage e
all’apprendistato (solo fino ai 26 anni).
Ancora per il 2001 si spera comunque che i CFL
sopravvivano: vediamo quindi che cosa sono in
concreto. È un contratto particolare riservato
ai giovani fino ai 32 anni e ha sostanzialmente
tre caratteristiche:
è un contratto a termine
Questa è una delle ragioni del suo successo:
mentre con un contratto di lavoro normale
interrompere il rapporto di lavoro da parte
dell’azienda è possibile solo in casi
estremi, con il contratto di formazione-lavoro
si stabilisce in partenza un termine oltre il
quale, se il contratto non è convertito, il
rapporto cessa; il termine massimo (che è anche
quello abituale per i neolaureati) è di 24
mesi. L’azienda ha quindi il tempo di valutare
da un lato le qualità dell’assunto,
dall’altro le proprie reali esigenze di
organico, prima di procedere a un’eventuale
conversione in rapporto a tempo indeterminato,
secondo i normali contratti di lavoro. Va detto
comunque che, finora, la grande maggioranza dei
C.F.L., e la quasi totalità di quelli riservati
ai laureati, è stata convertita a tempo
indeterminato. Va anche detto che la nuova
normativa disincentiva le disdette, in quanto
non consente di aprire nuovi contratti di
formazione alle aziende che non confermano
almeno una certa percentuale dei precedenti. La
conversione è inoltre auto matica se il
rapporto prosegue oltre i 24 mesi; può avvenire
coattivamente se l’azienda viola gli obblighi
relativi alla formazione;
fornisce a chi è assunto una specifica
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