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Quante volte ti sarà capitato di dire: "Basta, non sopporto più il mio lavoro: vado alla ricerca di altro.".

Le cause di un atteggiamento di questo genere sono molteplici: il rapporto con il capo e i colleghi non sempre idillico, il tanto sospirato aumento che non arriva e i riconoscimenti professionali che spesso sono un autentico miraggio. Tutte situazioni che potrebbero spingere i lavoratori (almeno nei pensieri) a mollare tutto e andare alla ricerca di un altro impiego più soddisfacente. Strada questa sempre più percorsa visto che ormai è tramontato il mito del posto fisso. E allora non rimane altro che farsi avanti inviando il curriculum direttamente alle aziende oppure inserendolo nelle innumerevoli banche dati presenti su Internet. Questo è il primo passo. Quindi è fondamentale prima saper scrivere il curriculum e poi sostenere un colloquio vincente. Ma prima di prendere una decisione così importante è bene seguire alcuni consigli per evitare brutte sorprese.

I) Fate una buona "prima impressione"

"You never have a second chance to make a first impression", dicono gli americani, ed è drammaticamente vero. La prima impressione che avrete creato nel vostro interlocutore resterà sempre addosso: che si tratti di vostra moglie o marito, o del vostro capo, sicuramente chi vi sta vicino ricorderà le sensazioni che gli avrete suscitato nei primissimi momenti della vostra conoscenza, (e sarà sempre pronto a rinfacciarvi "L'avevo intuito subito, che eri un gran...").

Un colloquio ha infatti, abitualmente, quattro fasi: il "warm up", o riscaldamento, l'esame del candidato, il "controesame" da parte del candidato, e la chiusura. Per fare un buon "warm up" dobbiamo farci vedere da subito tranquilli, curiosi e affidabili, ma dobbiamo anche cercare di stabilire una buona intesa personale con il selezionatore. Senza fare i ruffiani, un sorriso sincero, una battuta, una osservazione che sdrammatizza il colloquio sono sempre gradite: se il candidato è teso, anche il selezionatore non si rilassa, non si "gode" il colloquio. Bastano poche chiacchiere per dimostrare che siamo persone aperte e disponibili, e il vostro interlocutore ve ne renderà merito.

II) Preparatevi sui vostri punti deboli

La seconda parte del colloquio è, non nascondiamolo, un esame vero e proprio. Le vostre competenze e la vostra personalità saranno scandagliate a fondo, in cerca di eventuali carenze. Poiché nessuno di noi è perfetto, qualcosa di spiacevole affiorerà, che noi ce ne accorgiamo o meno: il problema è come far si che il selezionatore non giudichi la nostra persona nel suo complesso alla luce dei punti deboli, ma arrivi a considerarli dei "nei" di secondaria importanza. Come fare?
La risposta è, apparentemente, semplice: giocando d'anticipo, riconoscendo le nostri eventuali lacune, inquadrandole nella loro vera luce, e dimostrando come siamo riusciti a compensarle. Guai a negare l'esistenza di punti deboli ("Io le sembro un pò aggressivo? Ma lei si è bevuto il cervello !") , e guai anche a cercare di rigirare la frittata ("Voti bassi all'università? Ma io mica studiavo per il voto !"). Sono magari molto pignolo, analitico, dubbioso nella fase di studio dei problemi, ma una volta fattami un'opinione e presa una decisione, mi piace andare fino in fondo. So che rischio di perdere delle sfumature, ma questo mi ha consentito, finora, di raggiungere tutti i traguardi che mi sono prefisso. Certo, ora sto per entrare in un mondo che non conosco, e dovrò imparare tutto: la mia spavalderia dovrò metterla nel cassetto per un bel pò. Il fatto è, lo confesso, che i miei primi anni di università sono stati dedicati più al divertimento che allo studio.

"No, non so il tedesco. Tre parole al massimo. So di non avere problemi a imparare le lingue, altrimenti io stessa non mi sbilancerei. Se sono riuscita ad amare il greco, al liceo, non sarà una lingua moderna a spaventarmi.

"Timido? Io, timido? Beh, di natura, è vero, sono un pò timido. Da piccolo lo ero parecchio, ma poi, per amore o per forza, sono cambiato. Inoltre, come avrà letto, a tempo perso mi sono occupato di volontariato, organizzando servizi, chiedendo finanziamenti, operando direttamente per il recupero dei tossicodipendenti. Non è un mondo in cui i timidi possano sopravvivere, glielo assicuro. Posso definirmi un ex-timido, che ha imparato a non tirarsi mai indietro quando bisogna farsi riconoscere ed anche rispettare. Insomma, per non farsi etichettare in base ai propri apparenti punti deboli, occorre:

a) prevedere che ci venga richiesto di parlarne
b) ammetterne serenamente la plausibilità
c) inquadrarli in un’ottica più vasta
d) dimostrare come, essendone consapevoli, abbiamo già noi stessi individuato gli antidoti ai potenziali rischi che questi handicap rappresentano.

Contenuti tratti dalla guida "Dall'Università all'Azienda" XII edizione a cura di GianBattista Rosa edita da ACTLGUIDE.
III) Informatevi sull'azienda

Quando la nostra Margherita Pizza si sarà fatta un'idea abbastanza precisa di ciò che siete, e di quali siano le vostre motivazioni, tirerà un bel sospiro stiracchiandosi sulla sedia e socchiudendo gli occhi. È il segnale che la fase "2" del colloquio, quella dell'esame, è finita, e la palla passerà a voi, con la rituale domanda "Bene. Ora, ha lei qualche domanda da fare?"
Il modo più sicuro di rovinare un colloquio è dire, con uno stolido sorriso, "Ehm, no... non mi viene in mente niente". Il selezionatore, mentalmente, vi spedirà immediatamente all'inferno, girone degli ignavi, o nel limbo dei senza personalità. Vedremo più oltre alcune domande che potrete rivolgere, tanto per avere informazioni utili quanto per contribuire a costruire un'immagine positiva di voi; fin d'ora sappiate che, quanto più disinformati sarete sull'azienda e sul business, tanto più anonima e scipita sarà la discussione, che vi relegherà nella veste passiva dell'ascoltatore o vi esporrà a brutte figure (per ogni uomo d'azienda, la sua azienda è l'ombelico del mondo, e si stupirà alquanto per la vostra ignoranza). Ricordate sempre che uno dei vostri obiettivi, nel colloquio, è di abbattere la distanza tra voi e il selezionatore, e di scrollarvi di dosso l'immagine di studente inesperto del mondo.
Migliore figura farete, ad esempio, se direte: "le riassumo le informazioni che posseggo sulla vostra azienda, e l'immagine che, superficialmente, me ne sono fatto: me le può per favore correggere e integrare?" E a questo punto dovete partire, senza farla troppo lunga, dal mercato e dal contesto competitivo di riferimento (concorrenti, regole del gioco, posizionamento), citare ciò che sapete delle dimensioni, struttura e prodotti dell'azienda, accennare ai cambiamenti che nel business stanno avvenendo, e (solo se avete qualche spunto significativo) accennare a come "vedete voi le cose" per l'azienda in questione. Su questa base, il dialogo proseguirà "alla pari", e il selezionatore avrà l'impressione di confrontarsi con una persona che sa quello che vuole, sa programmarsi, sa informarsi prima di parlare, e infine sembra già un pò "di casa" in azienda.
Informarsi sulla vita delle grandi aziende non è difficile, mentre per quelle medie dovrete rivolgervi alla stampa specializzata o alle associazioni di categoria (o, meglio, fare un "tam tam" per conoscere qualcuno che ci lavora). Sarà forse un po' complicato, ma ne vale sicuramente la pena: in particolare per le aziende meno note, incontrare una persona informata sulla loro situazione fa sempre colpo.

IV) Tranquilli e sorridenti

Non preoccupatevi se siete un po’ nervosi prima del colloquio: un buon selezionatore saprà mettervi a vostro agio e instaurare un clima disteso. É importante che voi contribuiate: un sorriso e un atteggiamento sereno dimostrano che sapete reggere bene lo stress; e inoltre, chi assumerebbe un musone come collega? Attenzione però che la tensione è anche un indispensabile meccanismo di difesa, che consente di mobilitare e sfruttare al massimo tutte le proprie risorse. Chi si lascia andare, e passa a un atteggiamento troppo rilassato, dimostra scarsa “tenuta” e spesso finisce per commettere errori. Essere disponibili e sereni non significa perdere il controllo costante della situazione.

V) Né ingenui, né atteggiati, né eccessivi

Essere sinceri e dare fiducia all'interlocutore non significa dimostrarsi ingenui: non state conversando né confidandovi, ma state parlando con un obiettivo preciso e con una persona che vi giudicherà anche per il modo in cui perseguite questo obiettivo. Quindi, senza distorcere i fatti, avete una buona occasione, parlando di voi stessi, di dimostrare come sapete cogliere e dominare la complessità del reale, e come sapete analizzare e interpretare i fatti con realismo e senso dell'opportunità. Chi sa vendere bene se stesso saprà vendere bene anche l'azienda in cui lavora. Soprattutto, però, evitate di atteggiarvi a ciò che non siete: chi posa da grande manager a 24 anni, chi vuole comunque recitare un ruolo più grande di sé, chi, in generale, con atteggiamenti supponenti o seduttivi mira a far colpo sul selezionatore, andrà incontro a una garbata presa in giro da parte di quest'ultimo e spesso non se ne accorgerà neppure. È inoltre buona norma evitare di dare giudizi o fare affermazioni estremistiche, drastiche o troppo originali. Forse non è bello, ma le aziende amano più i toni sfumati che quelli troppo vividi, e apprezzano l'equilibrio più che la provocazione fosse anche geniale. Tenete sotto controllo, quindi, i superlativi, i punti esclamativi ed i pugni sul tavolo.

VI) Pensate positivo, creativo e concreto

Ma quali sono le caratteristiche più importanti che le aziende cercano nei futuri collaboratori? Che immagine di sé bisogna cercare di dare? Ovviamente ogni posizione da coprire, ogni azienda e ogni selezionatore avranno le loro preferenze soggettive, ma c'è un requisito che è assolutamente universale: sul lavoro ci vuole gente che parli poco, e tiri la carretta.
Tutti i capi, nessuno escluso, vogliono innanzitutto al loro fianco persone concrete, propositive e attive, che pensino a come risolvere i problemi, e non a commentarli o a complicarli. Meglio una persona semplice ma affidabile, che un intellettuale pigro. Per cui, nel colloquio bisogna assolutamente evitare di sembrare lamentosi, teorici, passivi.
Mai dare la colpa dei propri eventuali insuccessi a qualcun altro; mai fare commenti fatalisti o manifestarsi egoisti, cavillosi, burocrati o scaricabarile: la generosità in azienda forse non sempre viene premiata, ma sempre viene richiesta. Meglio sembrare un po' arruffoni, che di manica stretta: se volete entrare in azienda, sulla vostra fronte deve esserci scritto col sangue "io non mi tiro indietro

VII) Parlate, per favore

Guai se il colloquio diventa un interrogatorio, con un selezionatore progressivamente sempre più nervoso che fa domande, e un selezionato sempre più spaventato che risponde a monosillabi. Anche nella fase di "esame" il colloquio non ha un iter prestabilito: raccolte alcune informazioni indispensabili, al selezionatore interesserà soprattutto farvi parlare per capire come ragionate, come interagite, come polemizzate, che opinione avete di voi stessi e di ciò che vi circonda, quali aspirazioni avete e come volete raggiungerle. Se non parlate, se rispondete come a un interrogatorio, se non prendete mai l'iniziativa del discorso, egli si farà di voi un'opinione mediocre o, peggio, nessuna opinione. Dunque, motivate e sviluppate le vostre risposte e chiarite voi stessi ciò che può apparire ambiguo, prima che vi sia richiesto. Parlare bene vuol dire anche non parlare troppo: la sintesi è una delle virtù più apprezzate in azienda, perché trasmettere il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile vuol dire avere metodo, rigore logico e capacità espressive.

VIII) Attenti al linguaggio

I rischi di incomprensione, nel colloquio, possono derivare o da un atteggiamento innaturale del candidato, che proietta un'immagine falsata e quindi incomprensibile di sé, o da una marcata distonia di linguaggi tra selezionatore e candidato.

Il primo, a volte, dimentica di avere a che fare con una persona che sa poco o nulla di "aziendalese", mentre il secondo, a volte, dà un'immagine di sé più immatura del necessario perché rimane legato a modi di esprimersi, a un gergo puramente accademico e magari, in aggiunta, provinciale e ingenuo. Così, parlare di "ditta" quando si ha a che fare con una grossa azienda, o dilungarsi sugli esami sostenuti o sui professori, allontanano psicologicamente chi parla dal selezionatore che ascolta. È importante andare ai colloqui avendo ormai digerito un vocabolario aziendale essenziale: non è necessario sapere con precisione che cosa sia la customer satisfaction, o la struttura a matrice, o gli stocks, il rischio di cambio, l' engineering, le operations o il trade marketing, o molte altre cose ancora, ma dobbiamo essere in grado di capire più o meno di che cosa si tratta, quanto meno per ciò che attiene il nostro campo d'interesse: un ingegnere può ignorare di che si occupi la tesoreria, ma non che cosa sia l'handling, e viceversa per un laureato in economia. Altrimenti scivoleremo man mano in quel mutismo così pericoloso di cui abbiamo accennato; se siamo colti alla sprovvista da qualche termine a noi ignoto, piuttosto che annuire con aria ebete conviene chiedere, con un po' di faccia tosta "ma, nella vostra specifica realtà, che cosa intendete esattamente con ...?".

IX) Tenete presente chi avete di fronte

Il selezionatore è interessato quanto voi al buon esito del colloquio: deve trovare qualcuno da assumere, e se quel qualcuno foste voi avrebbe terminato la sua fatica. Non è quindi un asettico esaminatore ed è più un alleato che un nemico. Nulla quindi lo irrita più che un atteggiamento sospettoso o reticente da parte vostra: se coglie paura, ambiguità o presunta "furbizia" nel vostro atteggiamento con lui, tenderà a pensare - e non a torto - che queste siano le vostre caratteristiche in ogni tipo di rapporto interpersonale. Se vi fa domande "cattive", che mirano a mettervi in difficoltà, state tranquilli perché in linea di massima significa che il colloquio sta andando bene: i colloqui più duri e aggressivi il buon selezionatore li fa con persone che interessano, mentre quelli rapidi e cortesi servono a liquidare chi appare palesemente inadeguato.

X) La comunicazione non verbale: i vestiti, i gesti, la voce e lo sguardo

In un colloquio, non sono solo le parole che contano: tutto il nostro corpo comunica, e non solo quello. Il nostro interlocutore ci ascolta anche con la vista e con il tatto (speriamo non con l’odorato!). I nostri gesti, i nostri sguardi, il tono della nostra voce confermano, integrano o smentiscono le nostre affermazioni. Il modo in cui siamo vestiti, in cui salutiamo, in cui stiamo seduti può contribuire in maniera determinante a formare il giudizio su di noi. La nostra comunicazione non verbale è molto meno controllabile di quella verbale, in quanto più istintiva; vediamo però alcuni semplici accorgimenti per non complicarci la vita: Come vestirsi Negli USA esiste addirittura un libro (“Dress for success”) che spiega qual’è il modo migliore di vestirsi per ogni incontro: quali calzini usare, quali cravatte etc.. Non esageriamo: però è indubitabile che la nostra immagine è data anche dal nostro abbigliamento. In fondo, noi “scegliamo” di vestirci così. Per i colloqui, l’importante è dare, anche nel look, una sensazione di affidabilità e serietà: la fantasia o originalità sono in questo caso degli “optional” a rischio. Non bisogna vestire casual, perché si darebbe un’impressione di immaturità, ed è bene evitare accessori, trucco o colori troppo vistosi; non è opportuno però neanche “invecchiarsi” troppo, indossando per l’occasione improbabili vestiti da cinquantenni rimediati chissà dove. Alle ragazze è concessa ovviamente più libertà, ed è generalmente apprezzata una certa eleganza, mentre i maschi sono più vincolati al “giacca e cravatta”, ed è bene che non abbiano un’aria troppo “perfettina” (che rende antipatici), salvo che il colloquio avvenga in realtà che danno all’apparenza molta importanza (società di consulenza, mondo della comunicazione, banche d’affari, etc..). Oltre a ciò che indossate, badate a come lo indossate: niente vestiti troppo larghi e cascanti, niente colletti di cravatta allentati, niente forfora sul bavero, niente lenti degli occhiali sporche: è un’appuntamento importante, chi ci arriva trasandato sarà giudicato (non a torto) superficiale, disordinato o poco furbo.

 

 

La retribuzione

Le condizioni di inserimento per i neolaureati sono molto standardizzate, sia dal punto di vista giuridico che retributivo. Le aziende sono strutturate per livelli contrattuali: il contratto più diffuso (quello metalmeccanico) prevede 7 livelli impiegatizi, di cui il più elevato (il settimo) corrisponde, in tutto o in parte, ai cosiddetti "quadri". Quasi tutti i contratti prevedono una strutturazione più o meno simile (anche se nel commercio l'ordine delle categorie è inverso). Il livello di ingresso per i neolaureati è generalmente il quinto; dopo circa un anno è previsto, se il giudizio dei superiori è positivo, il passaggio al sesto, dopodiché la carriera è tutta da costruire; non sono pochi comunque i giovani che riescono a diventare quadro nel giro di 4-5 anni. Il livello retributivo di un neolaureato si colloca in genere tra i 35 ed i 40 milioni lordi annui, cioè circa un milione e ottocentomila lire nette al mese (diamo una cifra indicativa, che può variare significativamente a seconda dei settori e delle situazioni); le condizioni di inserimento non sono in genere negoziabili, a meno che non si abbia già qualche significativa esperienza di lavoro. Se si è svolto uno stage nell'azienda prima di essere assunti, potrete chiedere se il periodo di stage vi sarà computato nell'azienda di servizio, quantomeno ai fini gestionali (retribuzione iniziale, scadenza periodo di prova, etc.), poiché per quelli amministrativi (scatti di anzianità, contributi pensionistici, etc.), ciò non è possibile. Sarà comunque opportuno, dopo l'assunzione, che vi facciate spiegare la struttura della vostra busta paga, che in Italia è abbastanza complessa e varia da contratto a contratto. Di solito le mensilità sono comunque 14 (anche se voi dovete tenere a mente soprattutto il vostro stipendio lordo annuo, e non quello mensile, perché è su questa base che vi confronterete con il mercato), e sono composte da un minimo contrattuale, che varia per i diversi tipi di inquadramento, da quella che una volta era la "contingenza", e che oggi è bloccata a livelli pressoché identici per tutti, da un superminimo individuale chiamato "merito", che varia da persona a persona, e da alcune indennità spesso di oscura origine e di importo che variano da settore a settore. Vi può essere infine un "elemento variabile", legato ai risultati, di due tipi: aziendale, cioè valido per tutti i dipendenti (difficilmente supererà il 2-3%della retribuzione), o individuale (incentivo); quest'ultimo è legato a particolari figure professionali, soprattutto di vendita, e può essere di rilevante entità (10-15%della retribuzione).

I sistemi di gestione

Quali sono le regole del gioco, tra azienda e dipendenti, una volta inseriti? Spesso, innanzitutto, per il neoassunto viene predisposto un "piano di inserimento" che programma i primi mesi di lavoro e le fasi di apprendimento e formazione.
Esistono poi delle metodologie per programmare le carriere, valutare i dipendenti, definire i loro obiettivi, assicurare una crescita di responsabilità e retribuzione parallela alla maturazione della professionalità. Queste metodologie, abbastanza raffinate in teoria, sono però applicate in modo più o meno efficace ed equo nella pratica, a volte per problemi organizzativi, a volte invece per incapacità dei capi.
La gerarchia, infatti, anche se oggi molto meno pesante nel lavoro quotidiano (in cui la tendenza a delegare e responsabilizzare i collaboratori è forte e crescente), rientra in modo esplicito nella gestione del personale: sono i vostri capi che vi valuteranno e, insieme agli esperti del personale, studieranno tempi e percorsi della vostra carriera. Di voi sarà valutata, ogni anno, la qualità della prestazione; verificate quindi che gli obiettivi assegnativi siano chiari e coerenti. Infatti, oggi, tutte le aziende valutano in base ai risultati forniti, non ai comportamenti o alla "buona volontà": una volta che i vostri obiettivi sono assegnati e che voi li avete condivisi, il vostro problema è raggiungerli, non trovare delle ragioni, sia pur valide, per eluderli. Sarà inoltre valutato il vostro potenziale di crescita, secondo una serie di fattori più legati alla vostra personalità che alle vostre competenze, come le attitudini logiche, le capacità di relazione, leadership e mediazione, l'innovatività e l'orientamento al rischio. I livelli retributivi seguiranno la crescita di "peso" del vostro ruolo, con, in genere, un incremento di merito all'anno per i migliori, in riferimento soprattutto al giudizio sulla vostra prestazione e alle "quotazioni di mercato" per le varie professioni. É la legge della domanda e dell'offerta, ancor più della bravura, a determinare le differenze retributive all'interno dell'azienda, dopo i primi anni.

I diritti e doveri

Il rapporto di lavoro è regolato da una normativa molto complessa, composta da leggi e da contratti ed accordi sindacali; questi ultimi, diversi tra settore e settore, determinano variazioni anche sensibili nelle condizioni di lavoro. C'è però una tendenza alla riduzione delle aree "di privilegio": ad esempio il settore creditizio, che per anni ha goduto di livelli retributivi e benefits senz'altro superiori alla media, li ha visti fortemente ridimensionati negli ultimi tempi; tutto l'ambito della normativa del lavoro è sottoposto a tensioni e cambiamenti, volti soprattutto a togliere alcuni dei pesanti vincoli posti alla libertà d'impresa dal così detto "Statuto dei lavoratori" del 1973 e dalle leggi ed accordi maturati in epoca di grande influenza del sindacato.

Citiamo qui poche regole fondamentali, sostanzialmente simili in tutti i contratti privati (che si applicano peraltro anche in diversi ambiti dell'industria pubblica).

orari di lavoro

 In teoria l’orario di lavoro è previsto, in media, attorno alle 38 ore settimanali.
In pratica ciò vale per il “personale d’ordine”, mentre per i quadri e per le fasce impiegatizie che hanno responsabilità, l’orario è dettato non dal contratto ma dalle esigenze lavorative. È quindi normale lavorare, per un giovane laureato, almeno un’ora al giorno in più di una segretaria od un fattorino, e non sono rare le aziende che considerano normale fermarsi a lavorare fino alle 19 o 19.30 tutti i giorni.
In genere, ai laureati non viene pagato lo “straordinario” per questi orari extra, considerando che saranno ripagati in termine di carriera e che sarebbe quasi offensivo pagare loro le “ore lavorate”, come ad un qualsiasi manovale. Ciò anche perché si devono raggiungere risultati, non eseguire operazioni prescritte: perciò sta all’individuo riuscire a raggiungere i suoi risultati in un tempo ragionevole. Nell’ambito dell’orario di lavoro, si ha diritto a dei “permessi” (alcuni retribuiti, altri no), per svariate ragioni (sostenere esami, nascita di figli, morte di parenti, mandati
elettorali etc.) che variano da contratto a contratto. In caso di malattia, infine, si è regolarmente retribuiti, quantomeno se non supera la metà dei giorni dell’anno, e siha l’obbligo di fornire un regolare certificato, e di essere reperibili in certe fasce orarie per visite di controllo;

ferie

In genere esse crescono con l’anzianità di servizio. All’inizio si hanno circa 20 giorni lavorativi, che spesso diventano 30 a fine carriera. Capita non di rado di non riuscire a “goderseli” tutti (anche perché ad essi si aggiungono le festività e le riduzioni di orario, che vengono concentrate in singoli giorni portando spesso a 35-40 i reali giorni di “vacanza” all’anno): in questo caso è frequente che essi siano rimborsati come se fossero giornate di lavoro straordinario. La legge prescrive peraltro che alle ferie non si può rinunciare: capita quindi di trovare giovani (e non solo) che “prendono ferie” pur venendo ugualmente in ufficio;

benefits

È una parola magica, dietro la quale c’è in verità molto poco, se non per i dirigenti.
Di fatto, l’unico importante benefit che molte aziende forniscono è la mensa, magari poco amata, ma assai “risparmiosa”: soprattutto chi lavorerà in piccole aziende verifichi la presenza della stessa (o dei buoni-pasto sostitutivi). Altri benefits molto diffusi sono le assicurazioni sugli infortuni extraprofessionali (integrative a quelle obbligatorie); alcune aziende hanno inoltre qualche forma di assicurazione sanitaria per una parte o tutti i dipendenti. Infine, qualche azienda, soprattutto di matrice anglosassone o in via di trasformazione in SPA, consente un accesso privilegiato all’acquisto delle proprie azioni.

Licenziamento e dimissioni

Di fatto, la legge italiana non consente il licenziamento individuale, se non nelle aziende di minime dimensioni o per comportamenti molto gravi. "Rischiare il posto" è quindi molto difficile, quantomeno se si è superato il periodo di prova e se non si è assunti a termine, attraverso il Contratto Formazione Lavoro non convertito. Il periodo di prova deve essere espressamente richiamato nella lettera di assunzione, e la sua durata è generalmente, per i neolaureati, di 2 mesi. In teoria, alla scadenza del periodo di prova si può essere non confermati senza alcuna giustificazione oggettiva da parte dell'azienda; in pratica, però, le mancate conferme sono molto rare, e quasi sempre figlie di grossolani errori di selezione. Se tuttavia l'azienda non conferma per ragioni discriminatorie o gravemente scorrette, è possibile richiamarla in giudizio alle sue responsabilità.

Se una persona si trova "a rischio" non per colpa sua (chiusura di reparti, tagli di organico, etc.), l'azienda cerca di farsi carico, a maggior ragione se è un laureato con potenziale, di ricollocarlo in un'altra posizione. Se invece la prestazione del neoassunto non è ritenuta adeguata, dopo le opportune verifiche e dopo avergli fornito altre chanches di dimostrare il proprio valore, l'interessato sarà pregato di trovarsi una sistemazione altrove: se dopo alcuni mesi ciò non sarà accaduto, l'azienda potrebbe o spostarlo in una posizione meno qualificata, o proporgli di dare comunque le dimissioni, magari con un certo incentivo economico. È ovviamente sempre perdente, nel medio termine, stare arroccati su una posizione o in una azienda per cui non si viene ritenuti all'altezza. È invece sempre possibile nei contratti a tempo indeterminato, col solo obbligo del preavviso di tempo previsto dal contratto, dare spontaneamente le dimissioni per cambiare attività. Durante il Contratto di Formazione Lavoro, per la verità, essendo un contratto a termine, decorso il periodo di prova non si potrebbero dare le dimissioni fino alla scadenza del termine, se non per giusta causa: se si vuole cambiare lavoro il consiglio è di pattuire al momento delle dimissioni con l'azienda un congruo preavviso (che in teoria non sarebbe dovuto), in modo da evitare una peraltro improbabilissima richiesta di risarcimento dall'azienda, e di non lasciare soprattutto un cattivo ricordo. Va infine detto che sempre più spesso le aziende, e in particolare quelle che forniscono un know-how particolarmente esclusivo ai neoassunti, inseriscono clausole di non-concorrenza nel contratto di assunzione. Ciò significa che, se si lascia l'azienda, per un certo numero di anni non si potrà lavorare in aziende concorrenti o operanti nello stesso settore. Consiglio di leggere e valutare attentamente queste clausole, che per essere valide devono prevedere uno specifico corrispettivo, e di informarsi sulla rigidità della loro applicazione: infatti è corretto che le aziende si tutelino da un uso "contro di loro" di qualche know-how da loro stesse sviluppato e insegnato, ma non che "blocchino" indiscriminatamente il mercato del lavoro dei loro dipendenti. Consiglio quindi di accettare solo clausole di non concorrenza che siano, nella lettera o almeno nella applicazione, limitate ai soli concorrenti diretti e specifici della azienda in questione.

trasferimenti

Se la vostra azienda ha più sedi, essa potrà trasferirvi dove e quando vuole, purché vi siano ovviamente delle concrete ragioni “tecnico-organizzative”. I contratti prevedono diversi, ma in genere modesti, contributi aziendali in caso di trasferimento, anche se va detto che di fatto le condizioni, se non la decisione, del trasferimento vengono in qualche modo concordate con i dipendenti, o almeno con quelli che l’azienda non vuole perdere. La scarsa disponibilità alla mobilità geografica, in Italia e anche verso l’estero, è di fatto una caratteristica dei nostri giovani rispetto ai loro colleghi europei, ed è una caratteristica fortemente penalizzante: oggi ritengo sia impossibile fare carriere realmente interessanti e rapide se non si è disposti a fare spesso le valigie.

procedure di assunzione

Quando avrete superato tutti i colloqui e i test, l’ultima fatica prima di iniziare a lavorare è costituita dalle pratiche burocratiche legate all’assunzione. Nulla di tragico, per carità, almeno da qualche anno: prima occorrevano assurdi “nulla osta” e permessi da regime semi-totalitario (ancora oggi necessari in alcuni casi, come ad esempio per l’assunzione di certi stranieri): oggi occorre “solo” andare all'ufficio di collocamento a fare il libretto di lavoro, all’Università a recuperare una copia del certificato di laurea, in uno studio medico per fare una visita che accerti il buon stato di salute, in Comune a fare qualche stato di famiglia, a volte in Questura per quello di buona condotta, e forse qualche altro. Sarà comunque l’azienda a darvi la lista di documenti da presentare: voi ricordate di farvi dare una copia firmata della lettera di assunzione con specificati il tipo di contratto, la data di inizio, il livello di inquadramento, la retribuzione e la sede di lavoro.

I contratti di formazione

I CFL (Contratti Formazione Lavoro) sono stati per molti anni, e sono tuttora, lo strumento privilegiato dalle aziende per la assunzione dei neolaureati. Per il futuro si prevede che, in seguito ad una raccomandazione della UE che non ritiene le agevolazioni previste compatibili con la legislazione europea (in effetti in Europa i “giovani” sono considerati tali fino a 24 anni, in Italia fino a 32!), il governo li abolirà, per dare maggiore spazio all'utilizzo dello stage e all’apprendistato (solo fino ai 26 anni). Ancora per il 2001 si spera comunque che i CFL sopravvivano: vediamo quindi che cosa sono in concreto. È un contratto particolare riservato ai giovani fino ai 32 anni e ha sostanzialmente tre caratteristiche:

è un contratto a termine

Questa è una delle ragioni del suo successo: mentre con un contratto di lavoro normale interrompere il rapporto di lavoro da parte dell’azienda è possibile solo in casi estremi, con il contratto di formazione-lavoro si stabilisce in partenza un termine oltre il quale, se il contratto non è convertito, il rapporto cessa; il termine massimo (che è anche quello abituale per i neolaureati) è di 24 mesi. L’azienda ha quindi il tempo di valutare da un lato le qualità dell’assunto, dall’altro le proprie reali esigenze di organico, prima di procedere a un’eventuale conversione in rapporto a tempo indeterminato, secondo i normali contratti di lavoro. Va detto comunque che, finora, la grande maggioranza dei C.F.L., e la quasi totalità di quelli riservati ai laureati, è stata convertita a tempo indeterminato. Va anche detto che la nuova normativa disincentiva le disdette, in quanto non consente di aprire nuovi contratti di formazione alle aziende che non confermano almeno una certa percentuale dei precedenti. La conversione è inoltre auto matica se il rapporto prosegue oltre i 24 mesi; può avvenire coattivamente se l’azienda viola gli obblighi relativi alla formazione;

fornisce a chi è assunto una specifica